Auto e inquinamento, ecco i numeri veri

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Anidride carbonica e polveri sottili nel mirino dei regolamenti e delle politiche ambientali.

Da anni la CO2 e il particolato sono al centro dell’attenzione del comparto auto in Europa. Di cosa si tratta esattamente?

L’anidride carbonica (CO2) è una sostanza importante per i processi vitali di piante (fotosintesi) e animali (respirazione) e contribuisce per circa il 15% all’effetto serra, il fenomeno che regola la temperatura dell’atmosfera terrestre, consentendo l’ingresso dell’energia termica proveniente dal sole ma impedendone l’uscita. Tuttavia, in caso di sovrapproduzione, determina un aumento del riscaldamento globale del pianeta. Non un inquinante, dunque, ma una sostanza che regola o altera il clima.

Il pianeta produceva la CO2 prima della comparsa dell’uomo. Parliamo di circa 800 Gt/anno (giga-tons, miliardi di tonnellate). Di queste, oltre 330 vengono dagli oceani che, contenendo fino al 79% dell’anidride carbonica naturale, ne assorbono e rilasciano in base alla temperatura: più si riscaldano gli oceani più CO2 si sposta dall’acqua all’atmosfera. Si tratta però anche del più importante gas serra prodotto dall’uomo, che se scomparisse d’emblée dalla faccia della Terra risparmierebbe al pianeta 28 Gt/anno di CO2 (il 3,5%), tale essendo la quantità riconducibile alle attività umane. La bassa percentuale però non autorizza a ritenere marginali le fonti antropiche, poiché sono complessivamente in grado di alterare l’equilibrio naturale tra assorbimento e produzione, che tende in genere al pareggio.

Alcune di queste attività, come le centrali elettriche e altri settori industriali, sono distanti dalla massa della popolazione e così, pur producendo poco meno della metà delle 28 Gt, non occupano la sensibilità quotidiana delle persone. Come invece è il caso dell’attività di gran lunga più parcellizzata, le auto. Il miliardo e duecento milioni di autovetture circolanti emettono da sole 1,5 Gt di CO2, pari allo 0,2% del totale e al 5,4% di quelle antropiche. Le auto dell’UE contribuiscono per circa un terzo, generando con le loro combustioni 0,5 Gt/anno. Questo certamente spiega l’enorme sensibilità che abbiamo in Europa per la CO2, mentre al di là del mare sono più attenti alle polveri generate dal traffico delle auto, il PM (particulate matter). Anche su questo alcuni dati scientifici sono opportuni.

Il particolato da traffico deriva dagli scarichi delle auto e da altre fonti direttamente proporzionali al peso del veicolo, quali l’usura di gomme, freni e asfalto e il sollevamento di polveri già presenti sulla strada. Secondo Timmers&Achten, uno degli studi più accreditati sul tema, l’incidenza degli scarichi pesa per meno del 10% sulla produzione di PM10 da traffico mentre non raggiunge il 15% per il PM2,5. Nonostante il clamore del diesel-gate, le variazioni tra motore a benzina e motore a gasolio sono minime, mentre le auto elettriche ovviamente non emettono particolato allo scarico, sebbene a causa del maggior peso ne producano di più dalle altre fonti, azzerando di fatto il beneficio.

Tenendo dunque gli occhi sul bersaglio grosso, ossia le polveri non derivanti dagli scarichi, l’auspicio è di una diminuzione del peso dei veicoli, in controtendenza rispetto a quanto avvenuto dall’inizio del secolo. Ma non bisogna disperare, perché la gran parte del particolato, quasi i due terzi, deriva dal sollevamento di polveri dal suolo, provocato dal rotolamento delle ruote. Questo offre una soluzione a portata di mano, anche a bassa intensità tecnologica, se vogliamo: lavare le strade.

Articolo pubblicato su Il Sole 24 Ore, il 19 maggio a firma di Pier Luigi del Viscovo

 

 

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