Come aiutare i magistrati a non sbagliare

 In Bollettino, Società

I giudici sono soggetti soltanto alla legge. È una grande conquista di civiltà. Ma devono conoscerla, la legge, e anche bene, per potervisi assoggettare.

Così anche noi cittadini possiamo sperare di essere soggetti alla legge, attraverso l’applicazione che di questa fanno appunto i giudici.

Ma come si fa a sapere se un giudice conosce o no la legge? Non è facile, soprattutto nel nostro Paese, dove i giudici e la magistratura sono un totem intoccabile. Il nome di Dio, tutto sommato, si può anche nominare invano: se lo sai fare, suona chic, non blasfemo. Provaci con un magistrato: ti oppongono subito, da più parti, i santini di quelli che hanno pagato con la vita l’aver creduto a una giustizia che invece non credeva in loro (da vivi dopo, è tutta un’altra storia).

Ma torniamo alle competenze dei giudici. Forse un modo c’è, per valutarle. Sta proprio dentro il sistema giudiziario, al massimo livello, nella Corte di cassazione. Questa rimanda un processo al giudice di merito quando ravvisa che nella sentenza la legge sia stata applicata in modo illegittimo. In altre parole, quando il giudice di merito generalmente una Corte d’appello ha sbagliato. La Suprema corte infatti non giudica nel merito della questione. Detto diversamente, non dice quale delle due parti ha torto, bensì dice che il giudice di merito ha avuto torto nel formulare la sentenza, applicando la norma in modo illegittimo. In termini ancora più semplici, giudica sull’operato degli stessi giudici. È una garanzia del diritto dei cittadini ad avere giustizia. Noi cittadini ne siamo contenti. Dopo tutto, anche i giudici di merito sono esseri umani e possono sbagliare. Un errore può capitare, ci mancherebbe. Anche nel mondo normale, ossia fuori dalle aule di giustizia, ci sono errori in continuazione. Solo che fuori gli errori si pagano, come i magistrati sanno bene, visto che emettono le sentenze contro chi sbaglia. Allora dobbiamo chiederci: se a un giudice di merito capita che vengano riformate per illegittimità non una, per carità, ma diverse sue sentenze, cosa gli succede? Anzi no, partiamo dalla base. C’è un registro, una statistica di tutte le sentenze emesse da un giudice, in modo da poter subito sapere che percentuale di quelle siano state riformate?

Per l’abbondante tifoseria dei magistrati, chiariamo che lo spirito di tale riflessione non è di delegittimarne l’operato, bensì proprio l’opposto: evitare che si delegittimino da soli. Sapere che un magistrato sbaglia le sentenze impone al sistema di intervenire, sia formando costantemente quel professionista, sia assegnandogli incarichi in linea con le competenze già acquisite: Messi è un grande campione, ma nessuna squadra lo farebbe giocare in porta e ogni squadra, nonostante la sua bravura, gli impone di allenarsi e tenersi in forma. Oppure, chi si farebbe operare al cuore da un grande ortopedico? Senza lasciarlo tra le righe, va detto che troppe volte gli avvocati si lamentano perché in una sezione che si occupa di certi processi, nel civile come nel penale, arriva un giudice che per anni ha operato, magari benissimo, in settori diversi. Poiché l’impianto normativo italiano si è un tantino complicato rispetto alle XII Tavole, è elevato il rischio che quel magistrato non conosca bene le norme che deve applicare. Può impararle, sì, ma non sulla pelle dei cittadini (che sono anche i contribuenti che lo pagano ricordiamolo).

C’è differenza tra essere soggetti solo alla legge ed essere incompetenti sulle leggi.

 

Articolo pubblicato su Il Giornale il 16 gennaio 2018, a firma di Pier Luigi del Viscovo.

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