Chi rimpiange la Fiat dei brutti tempi

 In Bollettino, Nuovo

Sergio Marchionne è un simbolo, e come tale dobbiamo trattarlo. La sua vicenda umana, dolorosa, e la sua performance manageriale, strepitosa, lasciano la scena al simbolo e alle posizioni che provoca: approvazione e avversione.

Ogni simbolo produce l’effetto di un sasso nello stagno: cerchi concentrici di intensità calante. Molto vicino al simbolo, troviamo le critiche di chi ne è stato ferito, ossia i sindacati. Hanno subito un colpo durissimo, quando la loro stessa base gli ha votato contro e a favore delle prospettive offerte dall’azienda: i nostri interessi coincidono, diceva quel voto. Non è più operai-contro-padrone, ma operai-e-padrone contro gli altri, anche se poi un certo tira-e-molla nelle relazioni industriali ci sta, ci mancherebbe altro. «Noi siamo quello che facciamo»: è la scritta che campeggia sopra lo stabilimento di Pomigliano, frutto di mesi di formazione e confronto tra tutti gli addetti, che hanno ritrovato la dignità del lavoro in un clima sorprendentemente positivo. Nei cerchi seguenti ci sono tutti i soggetti, dai partiti a Confindustria, che a vario titolo venivano turbati da una grande impresa che decideva di giocare la sua partita in campo aperto. Anche se poi sfruttava tutti i possibili sostegni che l’Italia, l’Europa e gli Stati Uniti rendevano disponibili, a vario titolo.

Ma è quello che fanno tutte le aziende in tutti i paesi. La differenza col passato sta nel fatto che adesso Fca li sfruttava per rafforzarsi, laddove prima si trattava piuttosto di abbracci mortali. Tutte queste politiche, rivoluzionarie per il nostro paese, si pongono al di là dei compiti di un amministratore delegato. Non è il lancio di una macchina o l’ingresso in Formula Uno. Per quanto Marchionne sia stato un manager di grande autonomia, mai avrebbe potuto perseguirle senza l’appoggio dell’azionista. La vera novità per tutti è stata questa. Nonostante la proprietà fosse più polverizzata che in passato (sebbene riunita in Exor) e guidata non più da un carismatico Avvocato ma dal giovane nipote, ha dimostrato di saper stare dritta rispetto alle sfide proposte dal brillante e visionario manager. In questi giorni non è emerso questo aspetto, che è però il più rilevante. È scomparsa la preoccupazione di smussare ogni attrito col sistema, che concedeva finanche una cogestione delle scelte importanti. Negli ultimi 14 anni, tutti parlavano ma Fca tirava dritto per la sua strategia. Che alla fine pagava. Sì, però che brutto! Nei centri nevralgici del Paese era dislocata una classe dirigente tra le più esperte al mondo nella gestione delle imprese, capace di tanti capolavori come Alitalia, che veniva tenuta a fare chiacchiere al Bar Sport.

Avevano tanto da dare, alla Fiat: quali modelli sfornare, in quali stabilimenti produrre e con quale contratto. Avrebbero perfino consigliato che sì, l’avventura americana era un bel sogno, ma meglio concentrarsi sulle cose di casa nostra. Nei cerchi più distanti sta la pubblica opinione divisa, come ormai da qualche anno, tra coloro che guardano ai fatti e chi invece i fatti li soffre, perché intralciano le opinioni. Fca ha vinto il campionato, questo è un fatto: più addetti, più soldi. Ma non ha condiviso la formazione, magari in rete. Sulle opinioni, ognuno ha diritto alla sua. Sui fatti, è più complicato: se uno funziona, il suo contrario è sbagliato. Fca è una storia di fatti, come il Muro di Berlino. I cerchi nello stagno sono solo opinioni. Così in questi giorni assistiamo al ritorno dei nostalgici del vecchio e nuovo statalismo dirigista, che forse pensano che dopo Marchionne sarà agevole riprendere a tessere la tela dell’inciucio domestico. Ho paura che resteranno delusi. Potrebbero scoprire quanto sia determinato e risoluto il giovane Elkann, che giovane non è più, dopo 14 anni trascorsi non proprio a gestire l’esistente, ma a conquistare, tra l’altro, la Chrysler negli Stati Uniti e l’Economist in Inghilterra.

 

Articolo uscito su Il Giornale il 27 luglio 2018 a firma di Pier Luigi del Viscovo

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