Diesel, i divieti bloccano la sostituzione delle vetture

 In Bollettino, Nuovo

Il mercato. Una ricerca Ipsos-Agita Lab evidenzia che i consumatori sono confusi, poco consapevoli e nell’incertezza rinviano l’acquisto.

È improbabile che vedremo tanti giubbetti gialli sulle nostre strade, ma ciò non significa che questa storia del diesel non stia facendo male anche agli italiani. Intervistati da Ipsos per conto di AgitaLab, un laboratorio di ricerca per l’innovazione in campo automotive, la metà ha affermato che “le limitazioni alla circolazione annunciate da alcuni grandi comuni riducono il valore di mercato della propria auto al momento della rivendita”. Questa indagine conferma quanto proprio questo giornale portò all’attenzione già un anno fa, quantificando in alcuni miliardi il danno patrimoniale che si stava perpetrando nei confronti delle famiglie, costringendole a svendere la macchina e acquistarne un’altra. Tuttavia, per quanto possa far male, la finalità è apprezzabile, visto che punta a migliorare la qualità dell’aria che respiriamo. Peccato che quegli annunci e quei provvedimenti nella realtà la peggiorino l’aria, sortendo esattamente l’effetto opposto. Sì perché in un’economia liberale, quale siamo, quelli che possono tendono a minimizzare l’impatto negativo della svalutazione della propria auto, nel modo più semplice di tutti: non vendendola e dunque rimandando la sostituzione a tempi migliori.

Per dirla in termini ambientali, invece di girare con un motore nuovo Euro6d (dove la “d” non sta per diesel ma per ultimissima generazione) le cui emissioni sono ormai trascurabili, l’automobilista continuerà ancora per mesi o forse anni a utilizzare la vecchia macchina, con propulsore Euro 2 o 3 quando va bene, o anche più vecchio, producendo emissioni, queste sì, nocive per l’ambiente e per il clima. Anche questo avevamo previsto su queste pagine, definendolo “effetto Cuba”, e anche questo è stato puntualmente confermato dal sondaggio Ipsos/AgitaLab. Alla domanda se “prevede di tenerla più a lungo di quanto aveva previsto, per ridurre tale perdita”, quattro italiani su dieci hanno risposto di sì e solo il 35% ha negato questa opzione, mentre il 27% non ha espresso un orientamento.

C’è poi un altro aspetto di certi provvedimenti che gli italiani davvero non capiscono, non perché ignoranti o stupidi ma perché privo di senso logico: il divieto di circolazione per i veicoli diesel di ultima generazione, Euro 5 e 6. Dovendo indicare “tra un’auto a benzina di oltre 10 anni e una diesel di ultima generazione quale fosse più dannosa per l’ambiente”, l’83% ha puntato il dito su quella vecchia. Tuttavia, è significativo quel 17% che invece ha indicato la nuova diesel, perché dà il senso della disinformazione che regna sul tema e che l’indagine ha fatto emergere. Innanzitutto, la confusione tra CO2, che non fa male ma altera il clima (buco dell’ozono) e sostanze inquinanti. Solo un italiano su tre afferma che le polveri sottili sono dannose solo per la salute e appena uno ogni sette ha ben chiaro che la CO2 è un problema solo per il clima.

La stragrande maggioranza (tra il 60 e 70%) afferma che entrambe le sostanze facciano male sia al clima che alla salute. Una simile mancanza di conoscenza su temi che magari sono anche ritenuti importanti non deve sorprendere. Le persone sono letteralmente bombardate da innumerevoli informazioni su tanti argomenti disparati, ed è naturale che tendano poi a formarsi delle conclusioni sintetiche e approssimative. Per mesi hanno ascoltato messaggi contro il propulsore diesel, da fonti che ingenuamente ritengono autorevoli, avallate poi addirittura dagli stessi costruttori di quei diesel, che ancora li vendono ma annunciano che in futuro non lo faranno più – come se questo avesse un senso. Questi consumatori, che a un certo punto devono scegliere cosa acquistare, giungono alla fine a una conclusione semplice: buono/cattivo. Se un prodotto è buono lo compro, altrimenti no. Se lo compro, deve essere buono per tutto. Non ho spazio per troppe sottigliezze.

Così il campione degli intervistati, dopo aver espresso il suo giudizio su “quale motore emette più polveri sottili” (il diesel per il 48%), ha anche indicato “quale emette più CO2” (ancora lui, il diesel, per il 42%), mentre sarebbero altri i motori che “necessitano di minori costi di gestione” (il diesel per appena il 16%) e “consumano di meno” (ultimo il diesel, per il 10%). La disinformazione non si limita però ai propulsori, ma investe l’auto come oggetto. Alla domanda se “l’automobile è la principale fonte di inquinamento in città”, metà degli intervistati si è posizionata sul punteggio massimo (tra 8 e 10, in una scala da 1 a 10), senza tener conto delle caldaie dei riscaldamenti, tanto per fare un esempio. Addirittura, richiesti di dire se “l’automobile è la principale fonte di inquinamento in assoluto”, oltre un quarto si è posizionata tra 8 e 10 e più della metà comunque tra 4 e 7. Evidentemente, non hanno mai sentito parlare degli impianti industriali. Com’era la frase di Mao? “Grande è la confusione sotto il cielo. La situazione è eccellente”.

 

Articolo pubblicato su Il Sole 24 Ore l’11 dicembre a firma di Pier Luigi del Viscovo

Recent Posts

Start typing and press Enter to search

Utilizziamo i cookie per migliorare l'usabilità del nostro sito web e la qualità dei nostri servizi. Cliccando su "Continua", effettuando lo Scroll, oppure continuando la navigazione di questo sito, l'utente accetta l'utilizzo dei cookie. Per disattivarli, si prega di fare riferimento alla nostra politica cookie. In caso di disattivazione dei cookie il sito potrebbe non funzionare correttamente. Maggiori Informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi