Elettrico, prevalgono le perplessità

 In Bollettino, Nuovo

Ogni 10.000 macchine nuove, quasi 9 sono elettriche. È un inizio, dagli tempo. Eh, no! Non è un inizio e il tempo gliel’abbiamo già dato. Otto anni da quando le prime Case hanno iniziato a venderle, investendo cifre enormi, il cui ritorno non c’è stato. Ora è il tempo di tirare qualche conclusione per capire cosa non ha funzionato. Sarebbe poi interessante chiedersi perché abbiano fatto da eco ai costruttori, che predicavano un futuro quasi presente, dove tutti avrebbero staccato il numerino per non farsi scavalcare nella corsa all’acquisto di un’auto elettrica. Invece di interrogare, di mettere in discussione: quante pensate di venderne? entro quando? quanto state investendo, tra ricerca e sviluppo e marketing? quale sarà il Roi (ritorno sull’investimento) dell’operazione? è il modo migliore per investire dei capitali? perché insistete tanto sul propulsore elettrico? Ma questa è un’altra storia, che supera l’automobile.

La prima conclusione è che l’equazione di marketing non sta in piedi. Il prezzo è molto più alto di una vettura termica di pari livello (nei metri, non nella sigla). Si risparmia sul carburante, se ricarichi nel cortile di casa, salvo che il bisogno di un’auto elettrica è più forte nelle metropoli. Se ricarichi su strada (ma dove? e chi pagherebbe l’investimento per le colonnine? e cosa direbbero i signori del petrolio?), chi può realisticamente garantire quale sarà la tariffa a kW in un libero mercato? Non solo: la ricarica dura circa un’ora. Un’ora? Adesso quando troviamo tre macchine in coda al distributore tiriamo a quello successivo. Poi, la durata e lo smaltimento delle batterie, per tacere del valore residuo dell’usato e delle fonti di produzione dell’elettricità. Serve un velo molto grande, da stendere. Ma quand’è che c’è stata una moria di direttori marketing e non ce ne siamo accorti?

La seconda conclusione è che c’è ancora tanto lavoro per mettere a punto un prodotto competitivo, ma tale sviluppo dipende poco dai costruttori di macchine e molto da altri colossi industriali, che operano in più settori. Inoltre, la messa su strada sarà determinata dalle infrastrutture, che alcuni Paesi potranno permettersi e altri meno, dovendo scegliere tra le colonnine e le reti digitali e telematiche, su cui corrono le comunicazioni, la produttività e la crescita stessa di un Paese. Insomma, il futuro è bellissimo, ma ha un piccolo difetto: prima o poi arriva.

Articolo pubblicato su Il Giornale – Fuorigiri, il 17 agosto 2017, a firma di Pier Luigi del Viscovo

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