La mobilità non è una guerra per bande

 In Bollettino, Nuovo

Se registri i successi della gestione Marchionne, è perché sei pagato da Fca. Se fai luce sul dieselgate, i soldi te li dà Volkswagen. Se misuri le vendite e i tempi di ricarica delle auto elettriche, sono i petrolieri a mettere mano al portafoglio. Lo spirito giusto per la guerra: per qualcuno, contro qualcun altro. Però non funziona in tempi di cambiamenti. L’evoluzione tecnologica della mobilità e i cambiamenti sociali che la accompagnano avvengono per tentativi, per contributi diversi, per verifiche più o meno costanti sulla giustezza della rotta e sul ritmo dell’implementazione. Per questo serve un clima che rispetti e, anzi, accolga le diversità, le voci discordanti.

La Chiesa commise un grave errore con Galileo, ma si trattava di un periodo buio della storia occidentale e di difendere le tesi fondamentali di una religione. Purtroppo, dispiace osservare che molti sostenitori di questo o quel cambiamento troverebbero molto più confortevole il Medioevo, dove vestirebbero i panni degli inquisitori. Quando un articolo, facendo solo un puro e neutrale fact checking, riporta delle realtà che poco o male si conciliano con una delle fedi (con la f minuscola) alla moda, le reazioni spaziano dall’offesa personale (la più giustificabile, perché dipende dall’educazione che uno ha ricevuto in famiglia) all’accusa di essere al soldo di qualcuno (mancando di rispetto sia al giornalista che alla testata) fino alle minacce («ricordarsi il nome del giornalista»).

Viviamo in un’epoca di pensiero unico, anzi di fede unica, che è lo specchio amaro della povertà intellettuale in cui ci siamo gettati con decenni di lassismo, che non hanno risparmiato nemmeno la buona educazione. È in atto una regressione culturale, seppur mascherata da nuove tecnologie. Quello che molti sacerdoti offrono si chiama dogma, non innovazione. Quello che tanti invocano non è la sconosciuta novità, ma la confortante omologazione. Il cambiamento vero è il futuro, una cosa bellissima proprio perché quasi mai e solo in parte assomiglia a quello previsto o provocato.

Il cambiamento è una materia viva, fluida, che porta per strade inaspettate a luoghi sconosciuti. A ogni generazione è dato il privilegio di vivere il proprio: peccato che questa preferisca i paraocchi.

 

Articolo uscito su Il Giornale il 4 ottobre 2018 a firma di Pier Luigi del Viscovo

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