Se l’Europa rischia d’indebolirsi

 In Bollettino, Nuovo

Il Salone di Francoforte ha reso evidente, con le molte importanti assenze, che queste kermesse hanno poco futuro se puntano solo sull’esposizione ultra-costosa della gamma. Invece, ha confermato la necessità di momenti di incontro dedicati al confronto sui temi caldi dell’auto. Proprio da lì Dieter Zetsche, presidente di Acea e numero uno di Daimler, ha motivato la richiesta di rinviare dal 2021 al 2030 il taglio del 20% delle emissioni, legandola «alla reale domanda di auto elettriche e alla disponibilità delle infrastrutture di ricarica». È ciò che da anni andiamo ripetendo invano. Primo, un’innovazione così marcata, che cambia le abitudini dei consumatori (non è un common rail qualsiasi) va fatta con i consumatori e non trascurandone le abitudini e le priorità. Secondo, c’è un convitato di pietra: pubblico o privato che sia, qualcuno deve investire per le colonnine. Terzo, la vera causa di tanta pressione dei costruttori verso l’elettrico sono le multe e non l’ambiente.

Del resto, i costruttori sono Spa e non Ong, e poi l’auto elettrica con l’ambiente c’entra il giusto. Sì, perché l’elettricità non è una risorsa, ma un prodotto industriale, che inquina poco o molto a seconda di cosa bruci se carbone (come in Cina), un’auto emette circa 120 gr/km di CO2.

Detto ciò, l’Europa dovrebbe anche stare più attenta alle sue scelte di politica industriale, perché magari altri giganti non vedono l’ora di competere con un’industria europea indebolita proprio nella sua eccellenza maggiore, i sistemi di propulsione e trasmissione, che occupa milioni di addetti. Quanto sarà stata contenta la Cina di vedere che la gran parte del suo mercato dell’auto (il primo al mondo) è in mano a gruppi europei (pur con produzioni locali, d’accordo)? Perché in 3 anni hanno fatto crescere le strutture di ricarica, al punto da vantarne il 44% di tutte quelle esistenti? Come mai di tutte le auto elettriche vendute al mondo (ponderate in base all’autonomia, secondo un indice AlixPartners) quasi la metà sono di Case cinesi? Sembra plausibile una strategia del Dragone che suoni più o meno così: il mercato, almeno quello domestico, è roba nostra e dunque vogliamo una quota dominante ma, poiché non possiamo competere sul termico, passiamo all’elettrico, dove la complessità è minore e siamo tutti più allineati. Mentre in Europa giochiamo a fare Tafazzi.

 

Articolo pubblicato su Il Giornale, il 4 ottobre 2017, a firma di Pier Luigi del Viscovo.

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