L’insostenibile bluff elettorale dello scontro ad ogni costo

 In Bollettino, Nuovo, Società

C’è incompatibilità tra un movimento «vaffa» e l’amministrazione del Paese. Prima di scadere nel cattivo gusto si usava un altro ossimoro: partito di lotta e di governo.

Non possono stare insieme e i recenti sviluppi dell’iter europeo della manovra lo confermano.

Nelle ultime dichiarazioni dei leader («ciò che importa sono le politiche, non i decimali di deficit che queste contengono») c’è un radicale cambiamento, dalla lotta al governo. In verità ce n’eravamo accorti settimane fa quando lo stesso premier aveva spiegato che il 2,4% andava interpretato come un tetto da non sfondare, ma che forse neanche avrebbero sfiorato. Era un messaggio forte: stiamo facendo una battaglia per uno spazio che nemmeno useremo.

Normalmente un governo cerca di evitare lo scontro, negoziando un deficit inferiore a quello che poi userà. Normalmente, quando si governa, il deficit (ossia le leggi che lo generano) è il fine, lo scontro è il mezzo. In questo caso evidentemente lo scontro era il fine e il deficit il suo mezzo. Ma perché? Perché l’energia elettorale dell’esecutivo sta nella lotta, non nel governo.

Senza entrare nel merito delle due bandiere elettorali (reddito di cittadinanza e quota 100 per citare quelle a costo, che incidono sui conti), dobbiamo riconoscere che sono state uno strumento per dare sfogo a un risentimento diffuso, che pervade tutto l’Occidente, la cui soluzione sta molto oltre una misura economica (o un arrocco Oltremanica o un muro col Messico). I voti avuti erano per «ribaltare il tavolo», visto che ciascuna promessa non reggeva alla prova dei conti da sola, figuriamoci sommate insieme. Voti validi costituzionalmente, ma quanto accettabili intrinsecamente? Il voto è lo strumento con cui il cittadino può democraticamente (una testa, un voto) delegare il governo del Paese alla forza che esprime le politiche a lui gradite. Politiche moderate o estreme, di sinistra o di destra, ma pur sempre politiche. Quando invece si crea un movimento di rigetto della politica e dell’impianto che la ospita, addirittura delegittimando con la democrazia diretta le sue stesse istituzioni, dal Parlamento agli organi di controllo e funzionamento, resta da chiedersi se quel voto sia arrivato per assolvere alla sua funzione oppure per distruggerla, una volta per tutte. Tutti possono iscriversi a una gara, se vogliono correrla. Ma se vogliono solo sabotarla, possono lo stesso?

Cos’è cambiato e perché? Da un lato, pare probabile che la Commissione stia cercando una qualsiasi revisione per evitare uno scontro che perderebbe. Dall’altro, la parte di elettorato più sana e non anti-politica, quella della flat tax per capirci, si è apertamente schierata per non pagare di più il denaro in banca e non vedere la propria economia personale, frutto del lavoro, gettata al vento o tartassata. Questi chiedono politiche, non la loro negazione. Sono interessati alla sostanza di una norma, non alla sua narrazione epica e ormonale. E hanno da perdere. Il mese scorso le agenzie di rating hanno tutto sommato graziato l’affidabilità dei titoli pubblici, ma a breve potrebbero calcare la mano. La scorsa settimana l’asta dei titoli destinata alle famiglie è stata un flop. La Banca d’Italia ha misurato in 145 miliardi la perdita di ricchezza delle famiglie, non a causa della manovra ma solo per lo scontro. Soprattutto, questo clima di scontro inizia a farsi sentire, spingendo alla prudenza le propensioni al consumo per l’anno a venire. Insomma, questi italiani una guerra di Troia potrebbero pure reggerla, ma non prima che Elena sia fuggita con Paride. Combattere solo per alimentare la propaganda di Agamennone (e del suo tenero Menelao) è un po’ fuori dalla loro comprensione.

Ora che questo messaggio è stato recapitato, il governo dovrà concedere qualcosa, ma soprattutto deve passare dallo scontro alla trattativa. Più che una retromarcia è un cambio di ruolo. Con la differenza che mentre uno dei due ce l’ha, un’altra identità da indossare, l’altro ha solo il «vaffa» chiuso quello, tutti a casa, come da prologo pugliese in salsa Tap. Del resto, una volta iniziata una guerra, si può solo cercare la pace, anche se questo i fanatici belligeranti non l’avevano messo in conto. I governanti prendono il posto dei lottatori che fanno i reduci.

 

Articolo uscito su Il Giornale il 27 novembre 2018 a firma di Pier Luigi del Viscovo.

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