Il mito fastidioso del povero buono

 In Bollettino, Nuovo, Società

L’equazione “poveri/disgraziati uguale buoni”, uno dei pregiudizi più radicati e diffusi, trova origine e conservazione, da un lato, nella religione che doveva aggregare soprattutto le fasce più umili, più disperate, proprio per lenire quelle sofferenze, incanalandole verso una riscossa ultraterrena (piuttosto che verso la protesta). Da qui a blandirle nella bontà d’animo, meritevole di qualcosa di meglio (ancorché non subito, non qui) e dunque capace di sopportare, di vivere nel bene maturando un credito, il passo è breve. Dall’altro lato, nel senso di colpa. A parte pochi malvagi, chi riesce a godere di una posizione confortevole non è felice nel vedere chi se la passa proprio male. Quanto per senso di giustizia e benevolenza e quanto per l’egoismo di non volere sofferenze alla propria festa, non è facile da stabilire. Ma il risultato è lo stesso: la compassione, sul presupposto che il disgraziato la meriti, sia buono.

Tuttavia, come tutti i pregiudizi, anche questa favoletta dei poveri e dei disperati che sono tutti buoni ha stancato. Ci sono poveri buoni, magari tanti, però lo sono non a causa ma nonostante l’indigenza in cui versano, grazie a una statura morale che non deriva dal bisogno, anzi riesce a governarlo. Il bisogno spinge alla trasgressione, a volta quasi la giustifica. La povertà, il sentirsi relegato ai margini di una società che non gli consente di accedere ai piaceri che ostenta, è piuttosto una potenziale causa di aggressività e di rivolta. Tanti conservano una dignità, un codice morale che gli vieta di trasformare certi sentimenti in azioni efferate. Ma non tutti.

Per corollario, la non-povertà non significa essere cattivi. L’agiatezza non va espiata. Basta con l’idea che se hai fatto i soldi qualche marachella devi averla combinata per forza, perché sennò non si spiega: non mi sono arricchito io, come è possibile che quello ci sia riuscito? Dopo tutto, siamo o non siamo tutti uguali? Eh… no, non proprio, dispiace, ma è proprio così.

Chiariamo subito che nessuno ce l’ha con chi è in difficoltà. Solo non pare necessario elevarli a una statura morale che alcuni probabilmente non hanno. Prendersi cura di chi soffre, anche facendone valere le ragioni, quando valide, è una posizione corretta in punto di giustizia umana e sociale. Inoltre, quando quei qualcuno diventano tanti o tantissimi, è anche conveniente socialmente ed economicamente: nessun impero è contento di generare uno Spartacus, con tanto di esercito. Noi abbiamo prodotto un paio di generazioni poco o punto capaci di sostenere se stesse (povere di prospettive e di competenze) e importiamo ogni anno altri poveri (di vitto e alloggio). Trovare delle soluzioni è imperativo categorico, pur se non il “reddito di cittadinanza”, in quanto portatore (non estirpatore) di povertà.

Ma questo non pare abbastanza per una certa cultura. La gauche caviar dominante, a cominciare dalla terza carica dello Stato, li vuole sul pulpito: i poveri, i diseredati, i disperati. Ci devono dare lezioni di etica e di morale. Così da poterci sentire giustamente colpevoli o, se innocenti, almeno sbagliati. Tra loro e noi, abbiamo sempre noi torto e qualcosa da imparare. La parola magica per sdoganare il tutto è: cultura. I musulmani hanno la loro cultura: ma che cultura è tenere la donna come essere inferiore? Gli zingari hanno la loro cultura, infatti si devono chiamare rom: ma che cultura è rubare, scippare, frugare nei cassonetti, crescere i figli in condizioni pietose, invece di andare a lavorare? Ci dobbiamo confrontare? Sul serio?

Come ogni pregiudizio della gauche caviar, anche questo ha le sue odi. Una per tutte, possiamo riascoltare una famosa canzone di De Andrè, Il pescatore, in cui questo sonnecchioso vecchietto prima foraggia un assassino dichiarato (“ho sete, sono un assassino”) e poi depista le indagini delle forze dell’ordine, spargendo sul gesto un’aura evangelica con la storia del pane e del vino. L’eroe della canzone è il vecchio pescatore, che “non si guardò neppure intorno” prima di dare sostegno al malcapitato, che è l’assassino, non la vittima, il morto. Facciamo un test: quanti illuminati di sinistra sono pronti a dichiarare che il vecchio ha sbagliato, che il grande cantante stavolta ha steccato? Poi diamo un nome all’assassino: facciamo che si chiami Igor.

Articolo pubblicato su Il Giornale il 19 novembre 2017 a firma di Pier Luigi del Viscovo.

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