Se la ragione non può nulla contro la rabbia

 In Bollettino, Società

Siamo arrabbiati. È questo il sentimento forte con cui oggi dobbiamo misurarci. All’inizio poteva sembrare passione sociale od opposizione sguaiata, ma poi si è rivelata per ciò che è: rabbia.

È stato evidente all’indomani del referendum. Lo schieramento del No aveva fatto una campagna variegata, ma con filoni di opposizione molto dura, che usciva dal binario delle questioni oggetto del voto e indirizzava la sua forza contro il partito di governo e soprattutto contro il suo leader. I toni erano molto accesi, esasperati, a tratti rabbiosi. Ma ci poteva stare, in fondo si trattava di un’importante modifica dell’assetto costituzionale. L’oggetto sosteneva i toni. Invece le cose non stavano affatto così.

Il giorno dopo, quando gli oppositori risultarono ampiamente vincenti, fu chiaro a chi voleva vedere che i conti non tornavano: molti sostenitori del No adesso erano più arrabbiati di prima. E pochi giorni dopo, quando il principale avversario (nemico, in verità) decideva di uscire di scena, trasformando la vittoria in un trionfo, il livore aumentò addirittura. No, non era passione, non era opposizione su politiche oggettive e disputabilissime, era solo rabbia. Che non si è pacata, anzi. Ci chiediamo perché la Lega abbia in un mese raddoppiato i consensi, perché entrambi i partiti di governo non passino dalla campagna elettorale all’amministrazione della cosa pubblica. Perché ciò che dà linfa al consenso non sono le politiche, più o meno di cambiamento, ma lo scontro in sé.

È la rabbia che muove e alimenta le opinioni sociali di questo decennio. Viene da lontano, dalla sfiducia (meritata) nelle istituzioni a cui avevamo creduto, da un futuro che per la prima volta prospetta per i figli una vita non migliore di quella dei padri, dall’aggressività delle economie emergenti che ci incalzano e mettono in discussione il nostro status quo, dalla stanchezza per l’ultimo sforzo collettivo, sostenuto per tenerci la sovranità amministrativa contro la troika, che invece piombava dai vicini, che vedevamo in fila al bancomat.

I due grandi partiti, Fi e Pd, non hanno capito che ormai gli elettori non ne volevano più sapere di scegliere in base a un programma politico, più destrorso o sinistrorso, per quello che tale distinzione possa significare. Volevano seguire un tono, una voce urlante che fosse megafono alla loro rabbia inascoltata.

Hanno perso, ovviamente, e ancora non sanno perché. Fanno opposizione tentando di smontare questa rabbia, dileggiandola e offendendone le manifestazioni. Questa strategia sortisce l’effetto opposto: rinvigorisce il sentimento. È come parlare in modo acquietante a una persona irata: lo esaspera e basta. Meglio urlargli contro, dandogli almeno la soddisfazione di condividere il suo stato d’animo.

Chi pensa che le opinioni costruite sulla rabbia possano venire contrastate da elementi fattuali, di verità piana, oggettiva, si sbaglia di grosso. Chi è arrabbiato vuole sfogo, non ragioni. Tante persone lo spazio della persuasione, del convincimento, delle argomentazioni l’hanno finito tempo fa.

C’è però l’altra strada: capirla e condividerla in quel modo viscerale che le è proprio, non nei dibattiti ma alle fermate dell’autobus. Si scoprirebbe che la rabbia può essere, anzi è, una risorsa. Da incanalare verso obiettivi positivi. È energia, voglia di partecipazione, di reagire. È il carburante di un motore che vuole far rumore, scaricare a terra potenza. Va usata e incanalata, non sfottuta o, peggio, smentita. Servono le cose che servono, slogan da urlare, nemici (sì, nemici) da trattare come tali, simboli dietro ai quali trascinare politiche positive, meno autolesioniste. Consapevoli che non è lo stadio finale. Dopo verrà lo sconforto, e poi sarà la volta del distacco, del menefreghismo, del succeda-quel-che-deve-succedere.

 

Articolo uscito su Il Giornale il 6 agosto 2018 a firma di Pier Luigi del Viscovo

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