Tavares (ceo di Psa): «La svolta elettrica è una scelta emotiva e piena di incognite»

 In Bollettino, Nuovo

“Il mondo è impazzito. Il fatto che le autorità ci ordinano di andare in una direzione tecnologica, quella del veicolo elettrico, è una grande svolta. Non vorrei che poi tra 30 anni si scoprisse qualcosa di meno bello di come ce lo immaginiamo, sul riciclaggio delle batterie, sull’uso dei materiali rare del pianeta, sulle emissioni elettromagnetiche della batteria in situazione di ricarica. Come faremo a produrre più energia elettrica pulita?
Come si fa a far sì che l’impronta di carbonio di una batteria del veicolo elettrico non sia un disastro ecologico? Come fare in modo che il riciclaggio di una batteria non sia un disastro ecologico?
Come trovare abbastanza materie prime rare per fare le cellule e le chimiche delle batterie nel tempo? Chi affronta la questione della mobilità pulita nella sua globalità? Chi oggi pone la questione in modo sufficientemente ampio da un punto di vista sociale per tener conto di tutti questi parametri? Mi preoccupo come cittadino, perché in quanto produttore di macchine non sono ascoltato. Tutta questa frenesia, tutto questo caos, si ritorceranno contro di noi perché avremo preso decisioni sbagliate in contesti emotivi.” 

Queste parole di Carlos Tavares, il numero uno del gruppo automobilistico PSA (Peugeot, Citroen e Opel), ancorché di qualche mese, tornano d’attualità dopo la decisione dei ministri dell’ambiente dell’UE di inasprire i limiti per le emissioni di CO2 di auto e furgoni, rispettivamente del -35 e -30% entro il 2030 (rispetto ai 95 gr/km da raggiungere entro il 2021).

In effetti, le cose basta volerle – e votarle, come ben sappiamo. La tecnologia può produrre in dodici anni auto che consumano il 35% in meno (perché di questo si tratta)? Certo che sì. Conservando le medesime prestazioni e agli stessi costi di produzione? Assolutamente no. Ma allora, gli automobilisti le compreranno, pagando di più per andare più piano? Ovvio che no. Piuttosto, continueranno a girare con le auto che hanno, emettendo molta più CO2. Ma a questo penseranno le amministrazioni locali, vietandone la circolazione. La diminuzione della mobilità individuale avrà un impatto sulla produttività del sistema economico. Inoltre, la minore domanda di nuove auto porterà alla chiusura di alcuni impianti produttivi, con ulteriore costo sociale ed economico.

Tali costi però vanno giudicati alla luce dell’obiettivo fondamentale, di contenere (se non ridurre) le emissioni antropiche di CO2 (circa 30 gigatons/anno), che accumulandosi nell’atmosfera producono il cosiddetto effetto serra, che contribuisce ai cambiamenti climatici. Oggi la concentrazione nell’aria è poco sopra le 400 parti-per-milione, mentre era a 280 prima della seconda rivoluzione industriale, 150 anni fa. Purtroppo, è improbabile che tali valori possano essere ridotti significativamente dall’abbattimento delle emissioni delle auto in Europa.

Infatti, le auto che circolano nel vecchio continente pesano per meno dell’1,7% sul totale delle emissioni antropiche di CO2: pur dimezzandole, l’impatto positivo sarebbe inferiore all’1%. Quello economico-sociale invece no, sarebbe completo.“Il mondo è impazzito. Il fatto che le autorità ci ordinano di andare in una direzione tecnologica, quella del veicolo elettrico, è una grande svolta. Non vorrei che poi tra 30 anni si scoprisse qualcosa di meno bello di come ce lo immaginiamo, sul riciclaggio delle batterie, sull’uso dei materiali rare del pianeta, sulle emissioni elettromagnetiche della batteria in situazione di ricarica. Come faremo a produrre più energia elettrica pulita?

 

Articolo uscito su Il Sole 24 Ore il 13 ottobre 2018 a firma di Pier Luigi del Viscovo

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