AUTO TEDESCA IN FORTE CRISI: CHI LA PORTA IN SALVO?
Quale futuro ha davanti l’industria automobilistica tedesca, vera e propria locomotiva industriale di molta parte di Europa? Da settimane rimbalzano notizie diverse e sconfortanti. Da un lato la diagnosi critica sullo stato di salute e capacità competitiva, per cui la struttura operativa sarebbe troppo pesante, troppo complessa e di conseguenza troppo lenta e magari anche a rischio elevato di non avere la giusta sintonia coi clienti. Dall’altro, la macchina industriale sovradimensionata per la quale servono sia drastici tagli sia diversificazioni di prodotti, per intercettare i miliardi stanziati per la difesa.
Pure lo scenario è particolarmente complicato. Intanto, c’è l’aggressività dei costruttori cinesi coi loro vantaggi. Alle spalle, un sistema politico che li sovvenziona e bye bye alle norme del WTO. Poi il fatto che abbiano cavalcato, e chissà se non pure stimolato, il suicidio europeo sul motore termico e soprattutto diesel: per loro competere sulle batterie è più facile che su motori e cambi.
A seguire, bisogna però riconoscere che la torta europea tende a restringersi, cinesi o non cinesi. Primo, perché le macchine oggi in circolazione soddisfano ampiamente tutti i bisogni dei clienti e dunque il ciclo di sostituzione si allunga. Secondo, perché l’auto non è più la seconda spesa dopo la casa. Come riporta l’Osservatorio Ipsos, prima di lei vengono la ristrutturazione, nuovi arredamenti, spese mediche e dentistiche, viaggi importanti e far studiare i figli all’estero. Questa nuova realtà comporta un cambio di strategia, dai volumi al margine, che l’industria ha già operato. Per pura fortuna, ché se non fosse stato per la scarsità di componenti nel post-Covid non l’avrebbero mai fatto. Il piano per recuperare margini era di vendere le auto direttamente con degli agenti, non tramite i concessionari, che addirittura secondo loro sarebbero diventati agenti. Così.
Inoltre, due grandi mercati di sbocco sono in caduta libera: l’America per i dazi e la Cina per l’aggressività e la qualità della produzione locale. Infine, c’è sempre quella storia delle multe, per cui devono continuare a produrre e vendere macchine elettriche che il mercato non vuole. Ormai l’hanno capito tutti ma si va avanti lo stesso. Perché alla fine il problema coi tedeschi è sempre e solo uno: quando sulla rotta si profila un muro, tutti gli altri lo vedono, invece i tedeschi lo sentono.
Insomma, un’agenda da far tremare i polsi. Quelli degli operai, poiché i mega leader rischiano al massimo una buonuscita da favola. Tanto che la vera domanda è: ma siamo sicuri che chi ha portato l’industria sull’orlo del baratro sia la risorsa migliore per evitare che caschi di sotto?
Articolo pubblicato su Il Sole 24 Ore il 29 agosto 2026 a firma di Pier Luigi del Viscovo


