C’è chi sogna una città senza auto

 In Bollettino, Nuovo

Ma dove andranno tutti quanti? Le macchine degli altri danno fastidio. A lamentarsi in genere sono gli stessi automobilisti, non capendo perché anche altri debbano girare in macchina, creando traffico e rallentandoli, in città come in autostrada. I pedoni tutto sommato non ci fanno caso più di tanto, salvo gioire intimamente per il fatto di non trovarsi imbottigliati. Sì perché a rotazione siamo tutti automobilisti e tutti pedoni. Ma le auto sono anche dannose, perché producono CO2 e polveri sottili, quelle diesel.

Per queste ragioni è partita in questi anni una guerra alle auto nelle città, vestita da ambientalismo ma coltivata nel terreno fertile dell’avversione al simbolo di una borghesia in chiave anti-operaia. Tanto che alcune grandi metropoli (con in testa Parigi, dove giustamente ci si aspetta che nascano le rivoluzioni moderne) hanno dichiarato espressamente la visione di una città senza auto. La strategia, ispirata dall’urbanista Paul Lecroart, è quella di sottrarre gradualmente le strade al traffico automobilistico. Solo che per paradosso l’uso cittadino dell’auto in maniera massiccia e indispensabile è più un appannaggio dei lavoratori che dei benestanti, che possono permettersi di vivere e lavorare in zone limitrofe, laddove i primi sono spesso costretti a spostarsi da quartieri dormitorio ai centri direzionali, accompagnando e riprendendo i figli a scuola e poi al nuoto.

Ma il nuovo millennio è fondato sul superamento dei conflitti, non sul loro sovvertimento. Allora, sarà il caso di ripensare davvero, e in senso non ideologico, l’urbanistica delle città che, non dovendo più relegare in zone periferiche le industrie inquinanti, potrebbero rimettere insieme la vita residenziale e privata con i luoghi del lavoro concettuale, riducendo così le distanze. E già che ci siamo, destinare interi fabbricati al parcheggio delle auto, che sono il vero ostacolo a una circolazione meno invasiva: così si riduce e fluidifica traffico, non eliminando le strade sulla pelle dei lavoratori.

Per avere poi un traffico meno nocivo, sembra imperativo andare verso auto ibride, che in città possano fare a meno del propulsore termico.

Inoltre, spesso si dice che in Italia i mezzi pubblici coprano solo il 13% della mobilità, perché inadeguati. Però dobbiamo anche considerare che c’è una domanda di mobilità individuale, che forse non vuole rinunciare al mezzo proprio, e preferisce uno scooter sotto la pioggia a un autobus in ritardo.

Articolo pubblicato su Il Giornale l’8 novembre 2017 a firma di Pier Luigi del Viscovo.

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