E SE FOSSERO I CITTADINI A BOICOTTARE LE RIFORME

 In Bollettino, Società

In Italia le riforme non si fanno perché i cittadini non le vogliono. Vorrebbero che tutto funzionasse meglio, certo, ma per magia, senza cambiare i meccanismi. Il nostro fiuto ci tiene prudentemente distanti dalle responsabilità e dal merito, consapevoli che una volta introdotti è un attimo e te li ritrovi opposti nei tuoi confronti.

Questo non significa che non siamo appassionati di riforme, anzi. In questi giorni è in cartellone quella della giustizia, anzi di una delle due giustizie e precisamente quella dei magistrati, dei politici, della stampa e dei loro telespettatori fedeli. Poi c’è, anzi ci sarebbe, l’altra giustizia, quella popolare, un servizio destinato a cittadini e imprese. Le due giustizie sono frutto dell’esistenza di due magistrature. Quella semplice, che indaga e decide, molto poco e piuttosto male, sulle controversie delle persone comuni, il popolo appunto. Poi c’è la magistratura Robin Hood, un servizio di intrattenimento per quel popolo che non ottiene giustizia per sé eppure si appaga vedendo indagati e messi a nudo i potenti e i famosi. Questo cittadino telespettatore ha esultato per gli arresti di Riina o Provenzano, ma mica ha chiesto se di conseguenza il traffico di droga o il semplice pizzo fossero diminuiti. Né nessun giornalista gliel’ha detto, in verità.

Questa riforma ruota attorno a separazione delle carriere, sorteggio dei membri del CSM e istituenda Alta Corte per giudicare sui procedimenti disciplinari a carico dei magistrati. È palese che in gioco ci sia il potere delle toghe di esercitare il potere su se stesse, scegliendo chi di esse dovrà decidere sulle uniche cose che contano: la carriera e sapere di farla franca in caso di marachelle, tanto il resto è garantito a vita. Il sorteggio fa saltare quel “sistema Palamara” per cui dei magistrati chiedono il voto ai colleghi con l’implicita intesa che non si negherebbero alla bisogna, per passare ad altro incarico o risolvere un procedimento disciplinare con un buffetto. All’inverso, se puoi cambiare incarico o addirittura arrivare allo scranno del CSM senza dire grazie a nessuno significa che nessuno esercita più alcun’influenza sulle tue decisioni, quelle scottanti, s’intende. Insomma, magistrati liberi, ohibò, roba che non s’è mai vista.

Fin qui la miniserie che ci accompagna nei talk-show, con interventi di politici pro e contro, giornalisti schierati pro e contro, nessuno dei quali spiegherà in che modo cittadini e imprese ne avrebbero un beneficio. Sì perché alla fine alla gente dovrebbe interessare l’altra giustizia: quanto tempo aspetto per avere una sentenza esecutiva, anzi meglio l’esecuzione di una sentenza, e se la sentenza ottenuta sia giusta o sbagliata.

È vero che “i giudici sono soggetti solo alla legge” (art. 101.2 Cost.) ma questo riguarda il merito delle decisioni. Non può significare che la produttività, i tempi e la quantità del lavoro, sia fuori da ogni controllo.

Una riforma della giustizia popolare fatta oggi avrebbe al centro l’Intelligenza Artificiale, per migliorare ciò che interessa alla gente: quantità/velocità e qualità della giustizia. Magari vincolerebbe i magistrati a produrre secondo criteri standard, affinché una sentenza di terzo grado non arrivi in 7,3 anni ma nei 3,5 di Francia e Spagna o nei 2,4 della Germania. Poi si occuperebbe anche della qualità delle sentenze. Pare che circa il 40% sia riformato in secondo grado: due volte su cinque il giudice inferiore è contraddetto dai colleghi superiori. Non è detto che i secondi abbiano ragione, ma è sicuramente detto che una difformità di giudizio nel 40% dei casi nasconde, e manco bene, un serio problema di competenze. I magistrati, inquirenti e giudicanti, sanno fare davvero il loro lavoro o pure questa è una favola che ci raccontano? Se il 40% degli interventi chirurgici fosse sbagliato avremmo già dato fuoco agli ospedali. Perché i tribunali no? Perché nessun chirurgo è mai stato ammazzato dalla mafia.

 

Articolo pubblicato su il Giornale il 5 giugno 2024 a firma di Pier Luigi del Viscovo

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