Il fascismo e il Paese allo specchio

 In Bollettino, Società

Mussolini è stato o no un dittatore? Certo che sì, nel senso che ha guidato un lunghissimo governo di dittatura, dove gli spazi del confronto democratico erano stati annullati.

Per affermare, soprattutto, ma poi anche per mantenere in sella quella dittatura ha utilizzato sistemi brutali, che oggi riterremmo inaccettabili per una democrazia. Allora la domanda è: perché Silvio Berlusconi, che è il politico di maggior fiuto e sintonia sociale, si è spinto a una provocazione simile, lanciando l’ipotesi che «forse non sia stato proprio un dittatore», salvo relegarla immediatamente a battuta scherzosa. Da maestro di lazzi e ironie, sa bene che non era uno scherzo, non faceva e non fa ridere. Però fa riflettere. Ecco il il vero senso della boutade. Fare da sponda a quel popolo che pensa sia arrivato il momento di riflettere, con laicità, sulla nostra vera storia del Novecento. Dopo cinquant’anni di unità nazionale, l’Italia fu gettata in una guerra scellerata, la prima, alla quale si presentò come era. Un tessuto sociale ancora essenzialmente di cultura agricola ed ecclesiastica. Un’amministrazione ancora inefficiente e spesso inetta, sul piano civile come sul piano militare. Uscito distrutto da quella tragedia, ironicamente vinta, il popolo si gettò con libere elezioni nelle braccia di chi prometteva ordine e serenità, pur in una dimensione grama. Poi il tempo ha fatto il suo corso e in quei vent’anni il Paese ha incontrato molte evoluzioni, culturali, sociali, economiche e finanziarie. Quanto quelle siano ascrivibili come meriti al fascismo e al suo dittatore, o quanto invece un regime democratico avrebbe potuto fare meglio, è la libera disputa di storici e studiosi. La pancia del popolo non si pone certo tali questioni. La pancia però sente, e sente che non ci sono periodi nella storia archiviabili con tutti i buoni da una parte e tutti i cattivi dall’altra, come opportunamente lo stesso Paolo Mieli ricordava ieri l’altro sul Corriere, a proposito della sciagura della ex-Jugoslavia. Quanto è successo nella seconda metà del Novecento è ancora troppo recente e fresco per poterlo rileggere, come i libri di Giampaolo Pansa hanno dimostrato. Ma sulla prima metà forse i tempi sono maturi. Non per riaffermare Mussolini e il fascismo, ma per rendere agli italiani la loro storia, quello che sono stati davvero, con le loro virtù e le loro miserie. Aver dovuto fingere di non essere stati mai fascisti è stato un fardello di cui forse ormai si può anche fare a meno, nell’interesse di chi lo è stato e anche di chi non lo è stato. Insomma, il dittatore sarà stato anche uno, ma i fascisti erano una moltitudine. Non tutti, d’accordo, ma tanti. Scriverlo a chiare lettere storiche non serve ad assolverli, ma aiuta a capire quali valori e quali caratteristiche spingono un popolo a darsi. Anche perché se nella prima metà del Novecento tanti si sono dati al fascismo, altrettanti hanno cercato di darsi al suo reciproco, nella seconda metà. Non riuscendoci, per fortuna. Ora però si consolano facendo lo sgambetto a Renzi. Vuoi mettere la soddisfazione?

 

 

Articolo pubblicato su Il Giornale il 18 dicembre a firma di Pier Luigi del Viscovo

 

 

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