La deriva dell’immaturità

 In Bollettino, Società

È intollerabile la cagnara degli italiani contro i loro rappresentanti politici, iniziata nei giorni dell’impasse e esplosa dopo la rielezione di Mattarella. Cosa si aspettavano di diverso? Che pensassero al bene supremo del Paese? Che almeno mantenessero nelle forme una statura politica elevata, non sguaiata? Che riuscissero a dialogare e ad accordarsi come impone la Costituzione, visto che il loro mestiere, la politica, altro non è che l’arte del possibile? In una parola, che si comportassero da statisti? E perché? Credono forse gli italiani di aver eletto un Parlamento composto da persone del calibro di Moro, Giolitti, Andreotti, Berlinguer, Fanfani, Craxi, Croce ed Einaudi? Uomini che interpretavano delle idee di società e di sviluppo, diverse e più o meno condivisibili, con metodi a volte discutibili, ma erano visioni compiute dove tutto si teneva.

Qual è la cifra politica degli attuali rappresentanti? Suonare ai citofoni e bere alcolici mentre blocchi cento sciagurati su una nave? Offrire lo ius soli o il DDL Zan nel mezzo di crisi epocali? Cavalcare i no vax e ogni altro corteo che passa per la strada? Sintetizzare tutto in un “vaffa”? Se una di queste è più o meno la visione che gli italiani hanno comprato, è a loro che va presentato il conto di questi giorni e degli ultimi 30 anni. Ma com’è che siamo diventati così immaturi? Cosa c’è successo?

Quando abbiamo regolato i conti con la prima Repubblica, condannandone la degenerazione, abbiamo buttato via anche le idee che la sostenevano. Erano linee politiche strutturate, ricette solide benché alternative, che imponevano la coerenza del pensiero articolato. Le abbiamo rifiutate perché rispondevano ai bisogni indicando una strada. Ma quella spinta propulsiva il Paese l’aveva esaurita da tempo e non voleva camminare. Da quel momento è stato un continuo andar dietro al salvatore di turno, che promette di risolvere i nostri problemi in cambio di un semplice voto. Nessun disegno e dunque nessuna coerenza. Abbiamo accettato di buon grado politici che votavano le riforme di Monti, giuste o sbagliate che fossero, e poi le ripudiavano facendo campagna elettorale contro.

Così siamo arrivati alla settimana scorsa quando, tra l’informazione sui venti di guerra in Ucraina e lo spettacolo travestito da giornalismo dei nani della politica, gli italiani hanno scelto il secondo in attesa di Sanremo. Eppure, 50 anni dopo il film non l’hanno fatto sull’elezione di Leone ma sulla crisi di Cuba, perché da lì è passata la storia.

 

Articolo pubblicato su il Giornale il 31 gennaio 2022 a firma di Pier Luigi del Viscovo

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