La guerra al diesel ha un conto salato

 In Bollettino, Nuovo

Se tutti i motori diesel in circolazione fossero come quegli Euro5 del diesel-gate, nemmeno ci sarebbe il problema. Comunque, le emissioni dannose vanno ridotte il più possibile, se non proprio eliminate. Secondo l’ultimo Rapporto 2016 dell’Agenzia Europea dell’Ambiente, il 14% delle emissioni di particolato (PM10 e PM2,5) è riconducibile ai trasporti. Di questo 14%, ancora più della metà viene introdotto nell’aria dagli scarichi dei motori, nonostante l’ottimo contributo dei filtri anti-particolato. Circa il 40% deriva infatti non dal propulsore, ma dall’usura di freni e gomme. Sfortunatamente, ancora tutte le auto camminano su gomma e sì, di tanto in tanto frenano. Certo non sono motivi validi per difendere i propulsori diesel, che producono però circa il 20% di CO2 meno di quelli a benzina, perché più efficienti. Sia detto incidentalmente, era il motivo per cui vari Governi in Europa hanno nel tempo favorito il diesel rispetto al motore a scoppio.

Orientare le scelte prossime di acquisto verso il benzina (meglio se ibrido) è cosa buona e giusta. Intervenire con la clava delle restrizioni e delle penalizzazioni è altra cosa, perché si parla di oltre il 40% del parco circolante, 14 milioni di macchine.

Obbligare chi possiede una vettura a gasolio a sostituirla significa deviare le scelte di consumo di milioni di famiglie. Quanto saranno contente di non andare in vacanza o non mandare i figli a un corso di studio all’estero? A chi dovesse pensare di far pagare ai contribuenti con incentivi, diciamo che a 5.000 €/macchina (almeno, poi vedremo perché) fanno 70 miliardi, da distribuire su 5/10 anni. Verosimilmente, non si andrà oltre qualche decina di milioni, una tantum, per accontentare la piazza, ma senza obbligare nessuno. Così, chi normalmente cambia la macchina e dunque già usa motori piuttosto nuovi e poco inquinanti, inquinerà ancora meno. Mentre chi resta seduto, per motivi economici, sui vecchi propulsori diesel, continuerà a farlo e a inquinare più di tutti.

Mettere al bando i motori diesel, in modo forte o morbido, comporterebbe una loro immediata svalutazione, diciamo il 40/50%. Secondo stime accreditate, parliamo almeno di 2.500 euro a macchina, su oltre 14 milioni di auto: italiani più poveri di 35 miliardi, d’emblèe. Gli incentivi dovrebbero prima recuperare questo gap e poi contribuire alla spesa.

Poi ci sarebbe da considerare l’indebolimento dell’industria automotive europea (già non tanto tonica di suo), competitiva sui motori diesel più del Nord America (motori a scoppio) e del Giappone, molto avanti sulla tecnologia ibrida.

In conclusione, la politica in Europa sta per prendere posizione rispetto ai motori diesel, ma probabilmente sarà una posizione di alto volume e poca musica. Ibrida, insomma.

Articolo pubblicato su Il Sole 24 ore il 29 maggio 2017 a firma di Pier Luigi del Viscovo

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