La guerra si paga cara: con la borsa (o la vita)

 In Bollettino, Società

Uccidere le persone non è gratis, costa molti soldi. Elimini i soldi, elimini il problema. Se non tutto, una buona parte. Almeno, in attesa che le nostre autocritiche e successive espiazioni convincano i cattivi a fare i buoni. Sì, perché noi puntiamo sempre a risolvere le cose sul piano umano, sull’assunto che l’uomo tenda al bene e dunque basti rimuovere le occasioni di peccato. Ma torniamo ai soldi.

Per colpire il terrorismo occorre colpire le sue fonti di finanziamento. Ora, se ogni sera ci fanno vedere che il mondo della finanza (che muove il mondo) pullula di schermi collegati h24 dove tutto appare in tempo reale, se l’acquisto di un gioiello sopra i 3.000 euro viene segnalato, non possiamo credere che non sia possibile tracciare le transazioni di qualche centinaio (migliaia?) di terroristi o loro fiancheggiatori. Forse non è possibile in modo legale. Magari non senza far infuriare qualche Stato sovrano. E siamo arrivati al punto, perché dietro un cane c’è un padrone. Da più parti si sostiene che i soldi arrivino proprio da alcuni di questi, dell’area del Golfo. Probabilmente si tratta di Paesi con cui abbiamo necessità di intrattenere buone relazioni commerciali. Ancora il denaro. Da loro forse acquistiamo prodotti energetici indispensabili. A loro altrettanto certamente vendiamo nostri manufatti: profumi, ma anche armi. I loro investimenti sono una manna per molte nostre imprese. Dopotutto, parliamo di gente con tanti, tanti soldi da spendere, desiderosa di consumare alla maniera occidentale e di vivere in città moderne, piene di infrastrutture. Prendere una posizione dura e ferma contro di loro significherebbe come minimo danneggiare una fetta di questa nostra economia. Quanto saremmo pronti noi europei e italiani a sacrificare parte del nostro benessere, per stroncare alla fonte il terrorismo? Si badi, non si tratta di denunciare in blocco ogni relazione economica perché non rispettano i diritti civili, come alcuni sostengono. Facciano in casa loro come gli pare – tanto, finché non ci arrivano da soli, non è che gliela puoi esportare. Dovremmo solo entrare, con le buone o con le cattive, nei circuiti informatici finanziari e impedire che i soldi finiscano nelle mani di chi li usa per farci saltare in aria. Del resto, se gli USA spiano i capi di stato, si potrà bene sbirciare qualche conto bancario.

Avremmo ritorsioni sul piano economico? Probabilmente sì. La palla sta come al solito nel campo nostro. I Governi europei esitano a mettere mano al portafoglio, perché danneggiando il nostro benessere si giocherebbero il consenso elettorale. Non fanno nulla, salvo ammettere che siamo in guerra. Come a dire: qualche morto ci può scappare. Ma una guerra va combattuta, sebbene non per forza con armi e eserciti regolari. Una guerra costa. Possiamo non cedere vite umane, ma non possiamo pensare di non cedere soldi, risorse economiche, benessere. L’idea che si possa essere in guerra e combatterla nei talk show e nei colloqui europei è davvero singolare.

Se una cosa la storia ha insegnato, è che le guerre sono sempre state scatenate per ragioni economiche e poi combattute con motivazioni ideali, religione o superiorità razziale che sia. Noi europei, forse anche per lunga esperienza, non crediamo più (non così tanto, almeno) e dunque abbiamo bandito la guerra. Non è articolo che ci interessi. Di sicuro non in casa nostra e non combattuta di persona. Se altri vogliono farla, magari ne possiamo parlare (ecco, in questo siamo cintura nera), anche mandare qualcuno o qualcosa a farlo per noi – se possibile, ma forse sarebbe troppo, dopo il TG delle 20,00. Un’esagerazione? Ma se stamattina i commenti personali più diffusi sui fatti di ieri erano che non si riesce ancora a parlare al cellulare con gli amici che sono a Bruxelles? Ammettiamolo, andremmo in guerra a farci i selfie.

Noi europei ci siamo affrancati dalle guerre che abbiamo sempre scatenato e combattuto tra noi. Ma quando ci confrontiamo con altri paesi dobbiamo accettare che forse loro non hanno bandito la guerra. E se la portano contro di noi, almeno la mano al portafoglio dobbiamo metterla. Perché una guerra non finisce, una guerra o la vinci o la perdi.

Articolo pubblicato il 24 marzo 2016, su Il Giornale, a firma di Pier Luigi del Viscovo

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