La politica ostaggio della piazza rossa.

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Ritorna la querelle sui voucher. Sappiamo tutti che sono stati una cosa positiva. Nel 2015 hanno fatto pagare in chiaro (non in nero) quasi 1,4 milioni di lavoratori occasionali, facendo arrivare all’INPS oltre 100 milioni utili per pagare le pensioni, e altri 100 alle casse dello Stato, per i suoi sprechi infiniti: la tasca è bucata, come si sa – tanto che combattere l’evasione non è sbagliato, è inutile (bisognerebbe affamare la bestia, ma non divaghiamo). L’uso è stato quanto mai polverizzato, con un valore medio per lavoratore di 64 euro. La stessa CGIL li ha usati, perché lo strumento funziona.

Eppure, il Governo deve correre ai ripari e modificarne in peggio la funzionalità, per scongiurare il referendum promosso proprio dalla CGIL, secondo il noto spirito del “tanto peggio tanto meglio”. Allora ecco il Ministro Poletti affermare che l’uso “va modificato e drasticamente limitato” e che “non dovrebbero essere usati dalle imprese ma solo dalle famiglie”. Questo perché “l’uso improprio lo hanno fatto le imprese”, secondo la relatrice Patrizia Mestri (Pd). La falsa verità che stanno spacciando da mesi è che i voucher sarebbero la nuova frontiera del precariato, ossia un sistema per cui le imprese, invece di assumere un lavoratore a tempo indeterminato, scelgono di pagarlo con i voucher. 64 euro lordi? Assumerlo a tempo indeterminato? È una balla che non vale nemmeno l’inchiostro per sgonfiarla.

Dunque, sono due le domande. Perché la CGIL li vuole combattere? Perché il Governo della Repubblica non sostiene la loro validità?

CGIL, che è la domanda più facile e meno problematica. Il sindacato esiste dove esistono rivendicazioni. Ergo, se vuoi sopravvivere e sei un sindacato, fomenta rivendicazioni. E qua sentono l’odore del sangue, il sangue agli occhi di molte persone disorientate, che hanno bisogno di un nemico non per conquistare qualcosa, ma per combattere. Persone arrabbiate, molto arrabbiate. Che sono dipendenti da questa condizione di rabbia. Che non vogliono assolutamente placarsi. La rappresentazione plastica si è avuta dopo il 4 dicembre. Quelli arrabbiati contro il referendum e che avevano fatto campagna per il NO il giorno dopo erano ancora lividi, schiumanti. Una cosa davvero mai vista. Quando poi il nemico pubblico numero uno, il premier Renzi (certo non esente da colpe), ha abbandonato per sconfitta, l’ira è arrivata al calor bianco. Ma come, non volevano altro e quando l’hanno ottenuto ancora non andava bene? Ottenuto cosa? Non era il risultato che volevano, ma lo scontro. Anzi, quando è scomparso il simbolo su cui tirare le freccette sono entrati in crisi d’astinenza: ridateci il pallone!

Governo, perché non batte un colpo? Perché sono tutti attanagliati dalla paura di non riuscire a far ragionare la piazza. Perché ritengono, a torto, che nel Paese ormai ci sia solo la piazza. Intendiamoci, si può essere a favore o critici verso i voucher, ma il terreno deve restare quello del confronto sui fatti, non quello dello scontro a colpi di menzogne. E non solo sui voucher, ovviamente, che sono una goccia nel mare dei nostri problemi – appena lo 0,2% del costo totale del lavoro privato non agricolo del 2015.

Come si vede, non è in discussione una legge o 14 leggi. È l’incapacità della piazza di pensare, di fissare delle priorità, di concatenare le implicazioni che stanno dietro agli slogan. È la mancanza di leadership, che porta la piazza allo sbando, in balia degli arruffapopolo.

Articolo pubblicato su Il Giornale del 15 marzo 2017 a firma di Pier Luigi del Viscovo

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