Le auto del car sharing parcheggiate per 22 ore

 In Bollettino, Nuovo

Che cosa hanno indicato i primi anni di esperimento di car sharing (Cs) nelle principali città italiane? È una
soluzione tattica o un’alternativa strategica da sviluppare su larga scala? È la domanda posta da
un’interessante indagine presentata da Gianluca Di Loreto (principal di Bain & Company Italia) all’assemblea
Aniasa di fine maggio. Stimolati da questa domanda e aiutati dai dati pubblicati da Aniasa, che per la prima
volta ha diffuso la durata media dei noleggi Cs (32 minuti), il Centro studi Fleet&Mobility ha potuto estrarre
il dato dell’utilizzo e dunque del fatturato.
Nel 2016 in Italia, con una flotta di 4.500 veicoli, sono stati registrati, stando ai dati Aniasa, 4,7 milioni di
noleggi Cs, con un utilizzo del 6%: meno di due ore al giorno. Mentre a Roma e Milano il servizio è più
gettonato (9 e 8%, rispettivamente), nelle altre città siamo al 3%. Giusto come riferimento, il rent-a-car (Rac)
viaggia su tassi di utilizzo superiori al 75%. La scommessa del Cs è di ridurre il numero di auto circolanti,
facendo utilizzare la stessa a più persone. Ma finché il Cs resta su tassi di utilizzo che sono gli stessi delle
auto private tale funzione non viene assolta.

Con tali parametri, le stime del Centro studi Fleet&Mobility indicano che il giro d’affari lo scorso anno
avrebbe superato di poco i 30 milioni di euro: in media meno di 7mila euro all’anno per singolo veicolo (il
Rac sta intorno a 10mila euro). È pur vero che il valore medio delle vetture immatricolate dal Rac è superiore
ai 15mila euro, mentre il Cs come sappiamo utilizza esclusivamente auto molto piccole, adatte a un uso breve
e urbano. Inoltre, prima di avventurarci in ipotesi sull’equilibrio economico-finanziario del servizio, occorre
tenere presente altre differenze non marginali. Intanto, dietro un noleggio Rac c’è sempre almeno una
persona di back office e una stazione, dotata di uffici per il pubblico e, soprattutto, di parcheggi per i veicoli.Il Cs invece ha un’incidenza del lavoro decisamente inferiore. Dall’altro lato, gli operatori di Cs lamentano da
tempo il fatto che queste macchine, proprio perché lasciate stabilmente in strada, siano oggetto di atti
vandalici e criminali, che aggiungono costi al servizio.
Però il sistema pare aver fatto breccia tra gli italiani, stando all’indagine di Bain. Tra chi lo usa
frequentemente, 4 su 10 hanno già rinunciato ad avere un’auto. Tra tutti gli utilizzatori, un terzo vi
rinuncerebbe se potesse farvi pieno affidamento (alias, se ci fosse una flotta più numerosa e distribuita). In
pratica, servirebbe un salto di quantità, che portasse la flotta fino a qualche decina di migliaia di macchine.
Ma per questi investimenti serve un’ipotesi credibile di ritorno economico e le analisi riportate, pur non
conclusive, qualche dubbio sulla sostenibilità economico-finanziaria del servizio lo pongono. Aggiungiamo
che quelli che sarebbero gli operatori elettivi, le società di Rac, non sono entrati nel business: perché? Di
contro, non si può ignorare che adesso dietro ciascun operatore di Cs c’è un costruttore, che magari trova
conveniente investire per far provare e far circolare determinati modelli di auto. Che poi voglia investire per
far crescere il servizio, ed eliminare dal mercato un bel po’ di compratori di macchine, è ancora tutto da
dimostrare.

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