LE IMPRESE CERCANO GIOVANI MOTIVATI, NON DISOCCUPATI.

 In Bollettino, Economia

Non basta essere disoccupato per trovare lavoro, bisogna pure volerlo. Per questo, nonostante la ripresa economica, non tutti i 700.000 disoccupati sotto i trent’anni troveranno lavoro. Spesso abbiamo incolpato la loro formazione, resa modesta dal sistema scolastico e universitario che tiene al centro docenti e personale amministrativo, anziché la didattica. È una piaga reale, come abbiamo constatato anche alle elezioni, entrando in seggi deserti che sottraevano le scuole alle lezioni per troppi giorni.

Ma un’altra grave insufficienza impedisce a tanti giovani di costituire una valida offerta per le aziende che cercano: è l’idea stessa che hanno, o meglio non hanno, del lavoro. Lavorare significa mettersi in gioco, assumersi delle responsabilità, dimostrando di volere e potere portare un risultato. Essere disponibili, non allo sfruttamento, certo, ma a fare propria la missione dell’impresa. Chi assume un giovane chiede un alleato, uno che voglia remare insieme, nella stessa direzione, per piccola che sia la pagaia. Per avere questo, e senza arrivare all’ossessione da workaholic, il lavoro deve essere visto come attività centrale della vita, l’occasione di esprimere le proprie migliori abilità, di fare la differenza. Un lavoro è la personale corsia dei 100 metri.

Purtroppo, questa etica del lavoro è stata estirpata, perché contiene il batterio della competitività, che spinge il singolo a dare il meglio di sé. Questo incrinerebbe il fronte unico, quel tutti-uguali funzionale alla sinistra e al sindacato e simile all’uno-vale-uno. Per loro il lavoro è rappresentato dai posti-di-lavoro e per riempirli bastano i disoccupati. Da qui nasce pure l’idea dei navigator. Ma è falso. Le imprese cercano risorse motivate, non disoccupati.

Per i baby-boomers il lavoro era prima di tutto opportunità di dimostrare, sapendo che poi il lavoro come remunerazione sarebbe venuto. Non avevamo tutte le competenze richieste, ma non importava. Ieri come oggi, l’azienda è disponibile a investire sulla crescita professionale, a patto che la giovane risorsa voglia a sua volta apprendere e diventare sempre più necessaria.

Tanti giovani questa fiamma ce l’hanno e il lavoro lo trovano. Sono i nostri figli migliori, ma troppi sono costretti ad emigrare: perché? Forse perché da noi sono pagati poco, meno di quanto meriterebbero. In Italia creare lavoro, fare impresa, specie piccola impresa, è difficile e fiscalmente oneroso. È questo l’altro grande alleato della disoccupazione giovanile.

 

Articolo pubblicato su il Giornale, il 26 ottobre 2021 a firma di Pier Luigi del Viscovo

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