LE RAGIONI POLITICHE E INDUSTRIALI DEI DAZI EU

 In Bollettino, Nuovo

Sui dazi contro le auto elettriche cinesi si dovrebbe fischiare il “fallo di confusione” in quanto sia la politica che l’industria pare abbiano smarrito la coerenza.

Per anni la Commissione, persuasa che la sua missione fosse di salvare il pianeta e non l’industria automobilistica, ha messo in fuorigioco i costruttori, ancora molto competitivi sulle auto termiche e in particolare sul diesel, spingendoli a dirottare gli investimenti verso le auto elettriche, poco più che lavatrici su ruote, azzerando così la ricerca e consentendo ai cinesi di colmare il gap sulle auto a benzina o almeno avvicinarsi. L’effetto sul mercato, saltando alcuni passaggi, è stato che le vendite di vetture sotto i 14.000 sono scomparse e quelle sotto i 20.000 sono crollate dal 55 al 27%: un bel tappeto rosso alle vetture cinesi, termiche ed elettriche. Non solo: dal 2020 chi vende in Europa deve immatricolare una certa quota di auto elettriche, pena multe salatissime. Peccato che il mercato non le voglia e che i prezzi elevatissimi non aiutino. Già, i prezzi. Solo recentemente a Bruxelles hanno scoperto – chi poteva immaginarlo? – che sulle auto elettriche la produzione cinese beneficia di aiuti di Stato e di accesso privilegiato alle materie prime. In realtà, si sono accorti che il vento che aveva spinto il Green Deal è cambiato e dunque cercano di aggiustare le vele per non scuffiare. Da qui la decisione di equilibrare i prezzi imponendo quei dazi a lungo invocati dalle Case francesi.

I costruttori hanno reagito in ordine sparso, confermando la significatività dell’ACEA, la loro associazione. I tedeschi si oppongono perché temono una ritorsione uguale e contraria alle loro esportazioni in Cina, mercato assai più redditizio dell’Europa, e anche perché alcune loro auto sono già fabbricate in Cina e importate in Europa e infine perché, diciamolo, hanno un posizionamento premium che non soffre la concorrenza del Dragone. Stellantis, diventata con un’abile piroetta importatrice proprio di auto cinesi, eh sì, da favorevole ora è contraria.

Sono posizioni legittime e ogni buon manager le sottoscriverebbe. Ma non corrispondono all’interesse che uno Stato ha verso l’industria e a cui mirano i dazi: non fabbricare altrove e limitare l’uso di componentistica non europea, ove possibile. Quando Trump introdusse dazi nel 2018, Marchionne riportò alcune produzioni Jeep e Ram dal Messico in Michigan.

 

Articolo pubblicato su Il Sole 24 Ore il 2 luglio 2024 a firma di Pier Luigi del Viscovo

Recent Posts

Start typing and press Enter to search