L’ultima follia grillina: trasporti lumaca con la «mobilità dolce»

 In Bollettino, Società

Nel loro programma esaltano la lentezza degli spostamenti: colpo mortale al turismo.

L a mobilità dolce: cos’è? Una mobilità garbata verso il cliente che lo tenga al centro dell’organizzazione? No. Forse una mobilità intermodale dove sia facile (dolce) passare da un mezzo all’altro, senza ansie? Nemmeno.

Allora? Allora facciamo due passi che te lo spiego. Ecco, è proprio questa la mobilità dolce a cui puntano i 5 Stelle, nel loro Programma Infrastrutture e Trasporti, che il Giornale ha esaminato in anteprima: «una mobilità lenta, finalizzata alla fruizione dell’ambiente e del paesaggio». Insomma, una bella passeggiata. Così dovremmo muoverci, avendo lasciato a casa l’orologio. Tanto, chi ci corre appresso? In questo concetto sta tutta la distanza tra i 5S e la vita dei cittadini, nonostante le valanghe di voti che aggregano, che sono un’espressione di protesta verso il sistema dei partiti e non la condivisione popolare di un progetto comune. Per questo alla prova dei fatti sono e sarebbero incapaci di governare. Che poi vedano questa mobilità applicabile in particolare al turismo conferma l’ignoranza di chi crede che il turista abbia tempo da perdere. Viaggiare costa soldi e tempo e chi lo fa punta a concentrare il maggior numero di cose nel minor tempo: dunque, spostarsi velocemente è un plus.

L’analisi del programma è interessante non solo per il profilo politico, ma anche per quello logico, vista la tendenza a curvare la realtà, quando entra in conflitto con le loro idee. In effetti, è un bel problema quando si scopre che le persone vanno da un’altra parte rispetto a quella prevista o desiderata.

L’obiettivo generale è di portare entro il 2050 (noi ci saremo, loro non so) la propulsione elettrica nei trasporti al 90%, dal 2% attuale. In pratica, dato un parco di 48 milioni di mezzi (auto, moto e camion), si tratta di immatricolarne oltre 43 milioni elettrici in 32 anni, in ragione di 1,35 milioni all’anno, più di metà di quanti se ne vendono: una curva a gomito, direi.

Politicamente, si evidenzia una chiara matrice dirigista (eliminare i trasporti non necessari evitando o riducendo gli spostamenti inutili), comunista e neo-pauperista, seppur non dichiarata poiché magari nemmeno si rendono conto dell’ancoraggio storico-filosofico di certe affermazioni. Dopotutto, il Programma è la sintesi di quanto elaborato da deputati e senatori 5S (con il loro ben noto background professionale) «sulla base delle indicazioni emerse dalle risposte ai quesiti votati, alle indicazioni ricevute, ai commenti letti, alle proposte presentate nel corso della legislatura e durante i confronti e gli incontri sul territorio». Parole, parole e poi ancora parole.

Per le città, si tratta di «liberare gli spazi pubblici dalle auto private () per puntare sul trasporto collettivo e condiviso». Quelle auto che nel 1990 avevano una penetrazione del 72% nel traffico passeggeri, salita al 75% nel 2015. Davanti a percentuali simili, una mente laica penserebbe che forse buona parte di questi esprime una domanda di mobilità individuale, non collettiva. Ma loro no: pensano che gli italiani siano impediti dal fascino dall’auto come status (ma la musica starebbe cambiando) e dal trasporto pubblico inadeguato.

Quindi, come si cambia? Destinando risorse per la costruzione di nuove piste ciclabili e per l’incentivo all’acquisto di biciclette a pedalata assistita, ma specialmente attraverso il road pricing: balzelli vari su accessi e parcheggi da imporre a chi, in ambito urbano, scelga di muoversi con auto propria, a meno che non sia elettrica. Politicamente, l’immagine di migliaia di cittadini che si muovono in bici evoca Pechino o Hanoi, ma di quarant’anni fa, perché nel frattempo quelli sono passati agli scooter e poi alle macchine. Sul piano logico poi, non si capisce come si concilia un piano simile con l’affermazione che «le opere non possono essere imposte ai cittadini ma programmate con essi»: se vogliono girare in macchina, perché imporgli la bicicletta?

Se usciamo dalle città, si sale ancora di livello, politico e logico. Il mezzo di trasporto principe è la ferrovia, per una mobilità capillare e rapida. «Occorre destinare maggiori risorse per il ripristino, la valorizzazione e l’implementazione di linee ferroviarie, comprese quelle considerate oggi a scarso traffico»: in poche parole, affossare di nuovo il bilancio delle Ferrovie tanto i soldi sono pubblici, ossia di nessuno. Però attenzione, non si confondano le linee ferroviarie con l’alta velocità, che è da declassare o annullare. Qui si tocca una vetta, che è opportuno gustare in originale. «Il caso della tratta alta velocità RM-MI ci dice che la presenza di modalità di trasporto alternative, in grado di ridurre i tempi di viaggio, costituisce un forte disincentivo all’utilizzo dell’aereo. Ovviamente (sic!) non occorre sostituire l’offerta aerea con tratte ad alta velocità. () Interventi di ammodernamento e messa in sicurezza dell’attuale linea ferroviaria potrebbero garantire analoghi risultati senza dunque la necessità di realizzare nuove linee alta velocità».

Com’è che non mi torna? Non prendo l’aereo perché in treno faccio prima, ma non è necessario che il treno sia veloce. Pace. Pace col cervello, per favore.

Articolo pubblicato su Il Giornale il 9 dicembre 2017, a firma di Pier Luigi del Viscovo

 

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