MA QUANTO SONO “FRAGILI” E “DEBOLI” I FILM ITALIANI
Una parte del cinema italiano racconta di persone fragili e deboli, incapaci di affrontare e sostenere le minime e ordinarie vicissitudini. Così ogni spettatore è autorizzato a darsi importanza per ogni piccolo tiramento.
Anna Foglietta descrive i personaggi di Una Storia: «Non hanno problemi impellenti, né di natura economica, né fisica, non ci sono tradimenti o malattie, sono persone che hanno una vita normale.» ok, e qual è il problema? Sempre lei: «Ognuno di noi nasce con un male di vivere […] ma in certi momenti facciamo fatica a comprenderlo e lo derubrichiamo come depressione, stanchezza, stress.» Sembra di stare al liceo. Ma non eravamo cresciuti, adulti fatti e finiti? No, eh?. È anche autobiografica: «Anche io mi sono svegliata la mattina e, nonostante avessi la mia fantastica famiglia e il mio fantastico lavoro, faticavo a trovare il senso della mia esistenza.» Poverina. Roba da rimanerci schiantati. Meno male che c’è la soluzione: «Erika rimette sé stessa al centro della propria vita.» Meno male. In mancanza di mutui, bollette o malattie da mettere al centro, ci si mette lei. Chissà quanti non ci riescono e si perdono. La mancanza di problemi seri può essere fatale. Mio nonno diceva: la mangiatoia è bassa. Ma che ne capiva del male di vivere, lui uomo del ‘900, due guerre, sfollato, monoreddito con tre figli?
Altro film, L’estranea di Paolo Strippoli, altro dolore incolmabile. Per lui il problema nasce «quando ci scontriamo con l’impossibilità di poter controllare la nostra vita perché le cose accadono e non ci chiedono il permesso». E tu mo’ ce lo dici? Per l’anticapitalista Jasmin Trinca la protagonista «crede di avere l’illusione di poter avere il controllo sulla gestione dell’imprevisto, della casualità, della vita che accade. È una tortura che ci si autoinfligge, cercare una soluzione alla perdita del controllo. Credo che porti anche, a un certo punto, all’ennesima potenza, a impazzire potenzialmente». Mi pare sia successo.
Questi disturbi adolescenziali sono ancor più miserabili se accostati ai problemi veri e grossi quanto una vita: un figlio disabile, I figli della scimmia. Anche qui forte autoreferenzialità: “prima del dolore per un figlio nato con una disabilità, arriva quello di una perdita: il lutto per “l’altro figlio”, quello immaginato e atteso durante la gravidanza». Eppure, il padre merita rispetto, perché solo chi c’è passato può capire quante declinazioni possa prendere una simile disperazione. Qui non siamo al liceo. Qui è vita vera. Se il cinema ti racconta la vita come un luna park da adolescenti, non gli credere: cresci, diventa adulto.
Articolo pubblicato su il Giornale il 13 settembre 2026 a firma di Pier Luigi del Viscovo


