Sui diesel serve il bisturi, non l’accetta

 In Bollettino, Nuovo

Così i comuni tedeschi possono vietare a piacimento la circolazione di veicoli diesel. La sentenza, che ha
rigettato il ricorso di due Lander che chiedevano che la materia fosse ritenuta di competenza federale, merita
qualche considerazione, con pacatezza ma anche con fermezza.
Innanzitutto, mettiamo da parte quell’insopportabile esterofilia, che sdogana senza giudizio qualsiasi cosa
facciano all’estero. Che venga dalla terra dei pistoleri o dai celti di qua e di là della Manica, noi abitanti del
Bel Paese siamo in grado di valutare e discernere il bene dal male. Una premessa senza la quale sarebbe
inutile proseguire.
In secondo luogo, pur senza entrare nel merito, si può dire che una sentenza può essere criticabile e
censurabile, come gli stessi sistemi giuridici prevedono, con i gradi di giudizio e il bilanciamento dei poteri.
Nello specifico, la sentenza riconosce agli enti locali di vietare ciò che norme nazionali e sovranazionali
stabiliscono per tutti i cittadini, quando adottano un protocollo di omologazione e stabiliscono precisi limiti
alle emissioni, di varia natura. Ma una città deve poter vigilare sulla salubrità del suo ambiente,
indubbiamente. La faccenda non è di quelle semplici, da torto e ragione.
Insomma, ed eccoci al vero punto, può succedere (anzi è l’unica fattispecie reale) che la norma imponga dei
limiti alle nuove macchine, mentre poi la libera circolazione dei veicoli vecchi li oltrepassi, mandando in
allarme il termometro cittadino. Non è sbagliato parlare di termometro, perché le emissioni dei veicoli sono
come sappiamo in ottima e abbondante compagnia: quelle prodotte dalla combustione dei riscaldamenti.
Tornando però alle vituperate automobili, forse è il momento di far emergere il vero punto. Non tutti i veicoli
diesel sono responsabili delle stesse emissioni. Come sappiamo (e chi non lo sapeva adesso lo sappia) un
Euro6 emette polveri sottili (PM 10 e 2,5) circa 28 volte meno di un Euro 0 o 1. Che in pratica significa che
basta fermare un’auto vecchia per consentire a 28 nuove di circolare. Allora, quando si legifera ponendo il
limite delle Euro 6 per le auto vendute, perché viene invece lasciata piena libertà a quelle molto obsolete?
Perché il legislatore non trova il modo (e forse il coraggio) di intervenire limitando la circolazione di chi
inquina davvero? Magari, se non vietandola tout court, stabilendo un certo limite di km/anno. Non sarebbe
né difficile né costoso con le moderne tecnologie, e neppure con le vecchie. Certo, dovrebbe poi rendere più
accessibile l’acquisto di un usato recente o di un’auto nuova. La salute è un bene collettivo, non gratis.
La materia in gioco non è tanto quella delle flotte, che hanno in pancia milioni di veicoli diesel iscritti ad un
ceto valore residuo, perché da un lato hanno fiutato da tempo l’aria che tira e hanno adottato i correttivi e,
dall’altro, sanno che se dovessero diminuire oltre le previsioni i valori residui della macchine diesel,
aumenterebbero quelli dei mezzi a benzina, che pure possiedono. Sul tavolo ci sono piuttosto due interessi
dei cittadini. Da una parte quelli che hanno un’auto vecchia e non vogliono essere discriminati. Dall’altra
quelli che hanno acquistato un’auto Euro 5/6 e non vogliono essere privati del diritto ad usarla, per colpa
degli altri. Qualsiasi intervento politico scontenterebbe qualcuno, ma nessun intervento scontenta tutti.
Infine, un ultimo sassolino. Sarebbe il momento di smettere di affermare che l’industria automobilistica sia
sotto pressione per lo scandalo del diesel-gate, quando 3 anni fa macchine Euro 5 piuttosto pulite vennero
vendute dichiarando che inquinavano ancor meno – e per fortuna nessuno si fece male. Lo scandalo c’è stato,
è stato circoscritto e pene e rimedi sono stati stabiliti. Fine della pressione. Fuor di malizia (perché a pensar
male si fa peccato…), continuare a parlarne fa sorgere il sospetto che il bersaglio non fossero quelle Euro 5
troppo incipriate, ma la tecnologia diesel nel uso insieme, ossia l’industria europea dei propulsori

Articolo pubblicato su Il Sole 24 Ore il 27 febbraio 2018

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